La valle abbandonata: il bosco chiede aiuto

Tempo di lettura: 6 minuti

Cari lettori, buon primo maggio!

Come molti di voi sapranno, il nostro torrente scorre per gran parte del suo tracciato in mezzo ad una vallata profonda e irta, che divide Cisano da Caprino. Ormai sono rimasti pochi sentieri che permettono di raggiungere il letto della Sonna, calandosi dalle rive scoscese. Anni fa ne esistevano altri, ora coperti totalmente dalla vegetazione, ma potenzialmente recuperabili. Oggi parleremo della gestione della vegetazione che cresce sui pendii della valle.

La valle della Sonna e il suo bosco

A cosa pensate quando sentite parlare di “bosco”?

La foto qui sopra è quella di un bosco classico e pianeggiante, in cui gli alberi crescono dritti. Questo non è sicuramente il bosco che cresce sulle sponde della Sonna. La valle di cui parliamo veniva così descritta dalla scrittrice di fine Ottocento Neera, nel romanzo Un nido, ambientato proprio a Caprino.

“In certi punti, a certi svolti repentini, la valle è così ristretta che le opposte colline hanno l’aria di volersi abbracciare e confondere insieme, come due amanti, le loro chiome di fragole e di viole.

La vegetazione è copiosa, intricata, variatissima; in un solo palmo di terra si trova un cespuglietto di more selvatiche, una pianticella di malva, un ciuffo d’erba, un gambo di trifoglio e uno d’acetosella, e poi altre fogliuzze ancora e piantine alte come la falange di un dito, verdi scure, verdi pallide, bianchicce, rosa, lucide, opache, pelose, trasparenti, frastagliate, rotonde, aguzze; e a guardarci bene se ne scoprono sempre di nuove, con mille forme stravaganti e gentili, senza nome, senza scopo, senza nessun’altra missione, oltre quella d’essere belle e di ridere un giorno al sole profumando la valle.

Al di sopra di questo piccolo mondo, che vive fra i sassi, si innalza il gran mondo dei castagni, dei pioppi, degli abeti e la numerosa famiglia delle querce. Piantate in tutti i sensi, esse sporgono capricciose sulla china, vestite di edera, colle radici inumidite dalla filtrazione del torrente quasi tutte contorte, rovesciate, gibbose, piegate a norma del suolo, del vento o del loro beneplacito, da sultane viziate in un harem deserto. Vengono su un po’ qui, un po’ là, sparse a gruppi, in fila, assediate tutto in giro dai pruni silvestri – timidi adoratori.

Tutto questo verde così fitto, così ombroso forma un gran manto sulle spalle della montagna; ma come molti amanti, è strappato anche esso e mostra tratto tratto la pietra nuda, di un grigio uniforme, filamentosa, a strati come un libro – e fa venire la tentazione di sfogliarla per leggervi l’epopea dei secoli.”

Un bosco come questo, con piante che nascono facendosi largo tra le rocce, ha bisogno di molte più attenzioni rispetto a quello che vediamo nella foto sopra.

L’abbandono del bosco

Anche oggi, come nel 1889, le piante nascono “qua e là”, un po’ dritte e un po’ storte, ma ora il paesaggio è ben diverso. Il bosco cresce in modo del tutto incontrollato sulle ripe, gli alberi vengono invasi dall’edera e dal rovo, seccano e cadono nell’alveo. Per fortuna, gruppi di volontari provvedono in diverse occasioni a tagliare le piante schiantate, ma il denaro pubblico stanziato è insufficiente. I Comuni fanno quello che possono con le risorse limitate che hanno a disposizione, compensando economicamente parte del lavoro dei volontari.

La mancata gestione del bosco porta a conseguenze gravi che chi abita in montagna conosce bene. In primo luogo parliamo della sicurezza. Chi passa sui sentieri rischia di essere colpito da rami secchi o piante morte che, cadendo, sollevano con le radici zolle di terreno e pezzi di roccia. Pian piano le sponde della vallata vengono erose, franano e diventano sempre più ripide.

Qualcuno potrebbe controbattere dicendo che ciò è inevitabile: i pendii della vallata sono troppo scoscesi per poter intervenire, o meglio, gli interventi sono possibili ma richiederebbero personale specializzato e soprattutto “un sacco di soldi”! È tutto vero e proprio per questo si fa poco. Ma ci tengo a sottolineare che si tratta di una scelta: la scelta di considerare la cura del verde come qualcosa di accessorio, qualcosa che ha meno valore rispetto a questioni più importanti, qualcosa che rappresenta solo un fastidio e non una risorsa. E si fa in fretta ad applicare questo ragionamento a diverse questioni ambientali.

Ma c’è anche chi “ci dà un taglio”…

Cosa c’è di peggio del mancato intervento? L’abbandono attivo. Le foto sotto mostrano cosa intendo dire.

Forse qualcuno che è passato in questi luoghi ha già capito di cosa si tratta. Abbiamo scattato queste foto passando da uno dei sentieri che costituiscono il periplo del castello, nel comune di Cisano. Sono i tagli di piante e rovi effettuati da squadre addette alla manutenzione della rete elettrica, intorno al mese di dicembre 2020. Il fatto grave non è il taglio in sé, che si giustifica per impedire che i rami vadano a gravare sui cavi elettrici sopraelevati, ma la mancata rimozione del materiale dal pendio.

Cosa dice la legge

La normativa di riferimento è il Regolamento Regionale n. 5 del 20 luglio 2007 “Norme Forestali Regionali”. L’articolo 58 autorizza i tagli in prossimità di linee elettriche, mentre il 22 indica le modalità con le quali deve essere gestito il materiale tagliato.

In particolare:

1. Il materiale vegetale non asportato dal bosco a seguito di tagli o altre attività selvicolturali, quali ramaglia e cimali, deve essere:

a) raccolto in andane o cataste stabili in bosco;

b) sminuzzato mediante triturazine e distribuito sull’area interessata al taglio;

c) bruciato, secondo limiti e modalità riportate negli articoli 54 e seguenti;

c bis) tagliato in pezzi lunghi non più di un metro o, nel caso di tronchetti di diametro inferiore a venti centimetri, in pezzi lunghi non più di due metri e distribuito sull’area interessata al taglio.

2. L’area occupata dal materiale di cui al comma 1 non può ricoprire le ceppaie presenti in bosco e nuclei significativi di rinnovazione.

3. È vietato:

a) localizzare le andane o le cataste in prossimità di corsi o specchi d’acqua, viabilità ordinaria o agro-silvo-pastorale, ferrovie, sentieri, viali tagliafuoco, linee elettriche e telefoniche;

b) realizzare andane di dimensioni superiori a quindici metri di lunghezza e cinque metri di larghezza e disporle sui versanti lungo le linee di massima pendenza, nonché realizzare cataste di dimensioni superiori a cinque metri steri.

[…]

A giudicare dalle foto non sembra che le norme siano state rispettate. Per ricevere ulteriori conferme abbiamo contattato via mail la Comunità Montana della Valle San Martino, chiedendo delucidazioni in merito. Questa è la risposta che abbiamo ricevuto:

Buongiorno

in generale, al di sotto dei 600 m slm, le operazioni di allestimento ed esbosco del materiale legnoso oggetto di tagli forestali devono concludersi entro il 30 aprile (rif. art.21 c.6 del R.R.5/2007). In particolare rispetto ai tagli eseguiti in prossimità di linee elettriche, l’esecutore è tenuto direttamente o per tramite delle proprietà (laddove ci sono degli accordi per il recupero del legname) al rispetto di quanto sopra descritto.

Sarà nostra cura verificare il rispetto della normativa vigente.

Rimango a disposizione per ogni ulteriore chiarimento.

Cordiali saluti

Greta Valnegri
C.M. Lario Orientale Valle San Martino
Ufficio Agricoltura e Foreste
Tel. 0341 240724 int.6

Oggi è il primo maggio, la scadenza prescritta dal Regolamento era ieri e nulla è stato fatto. Provvederemo immediatamente ad inviare una nuova mail.

Purtroppo questa situazione non sembra essere un caso isolato…

Conclusioni

Le foto sopra parlano da sole e la conclusione sarà breve: tanto lavoro da fare e pochi soldi investiti, ma il bosco non va trascurato. Da dove cominciare? Potremmo partire recuperando i sentieri abbandonati, ancora segnati sulle carte, e le sponde del torrente.

Approfondiremo senza dubbio nei prossimi articoli di questa categoria.

A presto!


Fonti: